Dal marzo all’ottobre 2019 mia madre, ultranovantenne, ha subito un periodo di allettamento senza soluzione di continuità, se non un paio di ore al giorno su di una poltrona. Mi è capitato dunque di passare parecchio tempo in casa e nella sua stanza, durante la sua tristissima odissea, mentre si trasformava in qualcosa di diverso dalla persona che era stata per tutta la sua lunga e intensa vita.
Mi sono chiesto se fosse il caso di utilizzare la macchina fotografica in questa situazione, naturalmente con quello che è il mio approccio alla fotografia, non di documentazione, ma di indagine, di riflessione, come forma di esorcismo. Qualcuno parla di fotografia concettuale. In realtà nessun tipo di fotografia può fare a meno del pensiero, dal più semplice e istintivo degli scatti al più complesso e ragionato, al di là dell’inevitabile inconscio tecnologico insito nel mezzo…
Mia madre è stata sempre restia a farsi fotografare, ho escluso subito la possibilità di chiederglielo apertamente. D’altra parte non mi è mai piaciuto rubare immagini di persone non consapevoli. Per di più, mediare il rapporto con lei attraverso la fotocamera in quell’ultimo periodo non mi andava assolutamente. Ho accantonato dunque la cosa.
Durante le giornate passate accanto al suo letto, durante il suo sonno, la veglia, il dormiveglia, usavo lo smartphone per leggere qualcosa. In un articolo di Marisa Prete sul suo interessantissimo blog ‘Finestre su Arte, Cinema e Musica’ mi sono imbattuto in una citazione di Susan Sontag, dal suo ‘Sulla fotografia’, letta a suo tempo ma non colta con la giusta attenzione:

“Fare una fotografia significa avere interesse per le cose quali sono, desiderare che lo status quo rimanga invariato (almeno per tutto il tempo necessario a cavarne una ‘buona’ foto), essere complici di ciò che rende un soggetto interessante e degno di essere fotografato, compresa, se l’interesse consiste in questo, la sofferenza o la sventura di un’altra persona.”

La fotografia di reportage, il fotogiornalismo, da sempre si occupano di sventure e sofferenze. I reporter fotografano situazioni e vicende che a loro non piacciono, ma lo fanno, sostengono, per contribuire al cambiamento, alla soluzione di quei problemi, ponendole sotto gli occhi del mondo e contribuendo alla formazione di movimenti d’opinione in grado di incidere su quelle tristi realtà. 

Tralasciando qualsiasi considerazione sulla validità di queste giustificazioni e sull’opportunità della rappresentazione sempre e in ogni caso delle nefandezze umane, rimaniamo in presenza di un pesantissimo conflitto d’interessi: i fotogiornalisti vogliono il cambiamento, ma non troppo presto, il tempo di catturare, tra i vari scatti, l’immagine giusta e utile al loro intento.

Vogliono lo status quo finchè fa loro comodo, poi il cambiamento. Il genere di fotografia di reportage non mi ha mai entusiasmato. Ma, alla luce di questi concetti, ho avuto l’idea di ritrarre mia madre allettata in una sorta di antireportage: la sua situazione di sofferenza, il suo status quo era per me insopportabile; il mio desiderio che, in un modo o nell’altro, cambiasse, assoluto. 

Ho cominciato a ritrarla a sua insaputa, cercando di rubare lo scatto. Ma senza alcuna fretta. Avrei voluto il cambiamento prima che riuscissi a fare la mia bella e buona foto, temporeggiando con l’inquadratura…

Purtroppo, quello che avrei voluto vedere prima di riuscire ad azionare il click del mio smartfone (un’improbabile irreale guarigione o una fine improvvisa del tutto…) non arrivava. Nell’arco di qualche mese ho realizzato un centinaio di scatti, una ventina utilizzabili per una serie. 

Ma ora che le ho davanti agli occhi non riesco a trovare alcun motivo per sottoporle all’attenzione di altri osservatori. 

Se non un’unica foto, il letto di mia madre rifatto (ripreso un giorno in cui era provvisoriamente seduta in poltrona). E queste parole.

READYGITAL FOTOMADE

di Ninni Pepe

Osservate questa immagine: che sia su un supporto cartaceo, proiettata su uno schermo, su un monitor o sul display di un dispositivo mobile, si tratta, almeno in parte, di una solita fotografia, come dal 1839.
Sulla sinistra, la foto di un giovane che, nella realtà, come sempre, dal momento dello scatto, si allontana, nel tempo e nello spazio, dall’immagine catturata dal dispositivo fotografico.
Qui m’interessa soprattutto l’aspetto temporale.
Philippe Dubois:
Ogni foto non ci mostra per principio che del passato… E’ questo scarto temporale, che fa della fotografia una rappresentazione sempre in ritardo, differita… questo scarto temporale corrisponde al processo tecnico dello sviluppo, che è necessariamente iscritto nella durata, con le sue fasi successive obbligatorie che vanno dall’immagine latente all’immagine rivelata, quindi all’immagine fissata. Anche nel caso della Polaroid… questo sfasamento sussiste, anche se lo si riducesse a qualche secondo. Come dice John Berger, tra il momento raccolto sulla pellicola e il momento in cui si porta lo sguardo sulla fotografia, c’è sempre un abisso.

E quando, in futuro, guardassimo ancora il volto del giovane, quest’abisso continuerà ad aumentare e nulla la fotografia ci saprà dire, ad ogni nuovo sguardo, del momento attuale di quella realtà, che nella foto è congelata al momento dello scatto.
Osservate adesso la parte destra della foto, il volto dello stesso ragazzo riprodotto in un monitor televisivo: l’inquadratura è stata studiata perché il sensore della fotocamera digitale cogliesse, oltre che il soggetto reale dinanzi all’obiettivo (la parte sx), anche la restituzione elettronica e contemporanea dello stesso. In pratica, nella parte dx, la fotocamera, annullando elettronicamente il ritardo ineludibile della pellicola, fotografa… se stessa! C’è un corto circuito che si chiude al momento dello scatto e la fotografia fotografa.. se stessa fotografia! Osservando adesso, o in un qualsiasi momento futuro, si rinnoverà il distacco incolmabile tra soggetto reale e la sua rappresentazione, nella zona a sinistra; e si richiuderà nuovamente il corto circuito nella parte destra, dove la fotografia, riproducendo se stessa, annullerà continuamente il distacco temporale e spaziale…
Se, come qualcuno sostiene, una fotografia è una presenza in assenza (perché quando guardo una foto il soggetto fotografato non c’è, ma è presente in immagine) e il ready made è una assenza in presenza (perché l’oggetto è presente al fruitore, ma, decontestualizzato e ricollocato, perde le funzioni per cui è stato creato, ed è dunque assente), in questa situazione avremmo una presenza in presenza, una presenza al quadrato, la foto è presente infinite volte…
Chiamo questo procedimento READYGITAL FOTOMADE.

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