La fotografia ha a che fare con la realtà,
ma non è la realtà:
compito del fotografo è trovare
l’immagine nascosta nella realtà

John Szarkowski

The form’s machine

Quando l’ispirazione dell’artista coinvolge il corpo e la mente nell’esperienza come nell’espressione del sentimento, l’opera si fa istinto e passione, formando un tutt’uno con l’ambiente circostante. La formula creativa è semplice ed efficace: l’idea si trasforma in gesto e il gesto si fa immagine, affinché il messaggio artistico possa diffondersi oltre i limiti dell’hic et nunc dell’intuizione. In estrema sintesi, si tratta del “meccanismo” della performance, quella a cui la serie The form’s machine di Nini Pepe sembra ispirarsi, chiamando in causa alcuni concetti chiave di questa straordinaria forma d’arte, che negli anni Sessanta ha rivoluzionato le modalità di fruizione e conoscenza dell’arte.

Mi riferisco, in particolare, all’utilizzo del corpo come veicolo e oggetto dell’azione performativa e alla presenza di un mezzo come la fotografia, che diffonde e comunica i contenuti artistici in immagini largamente riproducibili. Sin dal primo sguardo su questo progetto, infatti, appare chiaro che Nini Pepe pone al centro della sua visione il rapporto tra la rappresentazione del corpo, l’autoritratto e la fotografia, contemplando quest’ultima come lo strumento che registra e si fa portavoce del suo pensiero. Attraverso questo personalissimo processo creativo, la sua serie si sviluppa con leggere varianti formali di un unico soggetto, e si realizza sul set di una rappresentazione pensata e articolata proprio su se stesso. Ecco allora che il centro fisico del suo corpo (che dal basso ventre sale fino al petto) accoglie il “chaos”, il “cuore”, la “croce” e l’”infinito” come alcuni tra gli elementi che l’autore mima e descrive con le sue stesse mani e la sua stessa pancia, donandogli nuova forma e significato. È come se l’ironia, il gioco e l’immaginazione mettessero in scena gli amori e le ossessioni più intime dell’autore, quei concetti astratti che lo appassionano e lo affascinano così tanto da indurlo a realizzarne la rappresentazione simbolica, in prima persona, con uno stile fotografico altamente realistico e sintetico. Tutto allora si risolve sul corpo e attraverso il corpo, mentre la nudità rende ancor più chiara l’idea ispiratrice, depurandola da possibili contaminazioni e da possibili interferenze estetiche. In tal modo il sentimento dell’uomo e dell’artista si esprimono nella performance, senza filtri né mediazioni, mentre la macchina fotografica ne registra l’immagine con la precisione di un nitido bianco e nero.

Alla luce di queste considerazioni, il mio sguardo si fa più acuto e, nell’osservare nuovamente il ritmo fluente e la coerenza formale di questa serie fotografica, ho subito la sensazione di entrare in un universo parallelo, dove s’incrociano arte, vita e fotografia. Per questo trovo interessante la serie di Nini Pepe. Per quanto riesca con totale generosità e naturalezza a riportarmi alla mente uno dei momenti più interessanti della fotografia contemporanea, quando entrò in dialogo con le avanguardie americane degli anni Sessanta. Allora, mentre l’art performance (in seno a movimenti e pratiche come Fluxus, la Body Art e gli happening) rendeva possibile una rivoluzione linguistica e strutturale del mondo dell’arte, la fotografia prendeva maggiore consapevolezza di sé e sosteneva e rivalutava la centralità dell’autore. Da quel momento in poi, l’immagine ai sali d’argento assunse un nuovo ruolo, si svincolò del tutto dalla definizione di strumento meccanico volto alla fedele riproduzione della realtà, e si aprì all’arte concettuale, alla contaminazione e alla centralità del punto di vista. In quel periodo, anche John Szarkowski (Direttore del dipartimento di fotografia del MOMA di New York) riconosceva la figura del fotografo come artista e intellettuale e, in “The photographer’s eye” (ancora oggi considerato un testo di riferimento della storia della fotografia), scriveva che il suo sguardo poteva rivolgersi ben oltre il dato reale, alla ricerca “dell’immagine nascosta nella realtà”.

The form’s machine di Nini Pepe ha saputo riflettere su temi e argomenti che, a partire da una esperienza intima e personale, hanno toccato le corde del linguaggio fotografico, nel vivo della sua evoluzione verso una nuova consapevolezza artistica. Nell’intima rappresentazione del suo corpo, l’autore ha realizzato una serie di grande interesse, in grado di esprimersi su più livelli di linguaggio e di significato.

Denis Curti

THE FORM’S MACHINE

Un recente libro sulla vita, l’arte e l’eros di Mapplethorpe ha come sottotitolo ‘Fotografia a Mano Armata’.

Gli anglosassoni usano lo stesso verbo per indicare lo sparo di un fucile e lo scatto di una foto, to shoot.

La maggior parte delle persone che fanno immagini fotografiche, spesso utilizzando lo smartphone, ritiene che la fotografia immortali i propri soggetti. Per questo sui social networks, la gente riporta luoghi, persone, cibi, oggetti che incontra nel corso della propria esistenza, quasi a cercare una certificazione delle proprie vite nell’immagine catturata.

Personalmente, ho sempre pensato il contrario: che la fotografia ammazzi. Nell’istante in cui un otturatore si apre per permettere alla luce di impressionare una superficie sensibile, parte un timer e la realtà si distacca dalla sua rappresentazione fotografica, impercettibilmente ma inesorabilmente.

In una foto possiamo osservare un’immagine che precipita, già morta. Così come la luce di una stella lontana, che ci raggiunge dopo migliaia di anni, potrebbe farci vedere qualcosa che non è più.

La fotografia è, dunque, violenta, come il mondo in cui viviamo.

Mi sono sempre chiesto perché l’uomo, a differenza degli animali, sia capace di violenza gratuita, non giustificata dall’utilità o dal profitto. Probabilmente il carnefice si accanisce sulla vittima per una sorta di esorcismo e se sono carnefice non sono vittima e più sono carnefice e meno sono vittima.

Ecco che la fotografia può essere un esorcismo a tutti gli effetti…

Quando rivolgiamo la violenza su noi stessi- il suicidio o l’autoritratto- possiamo parlare ancora di esorcismo? Un capro espiatorio è sempre qualcosa altro da noi.

Il suicidio interrompe il corso del tempo, mentre l’autoritratto fa del nostro corpo un cadavere più piacente di quello che presto sarà effettivamente. Allora sì, almeno per gli autoritratti l’esorcismo funziona ancora e possiamo illuderci.

Quando, però, gli autoritratti riguardano un’età avanzata come la mia, l’operazione riesce meno, e oltre ad un velo d’illusione, si avverte una sorta di punizione, di leggero masochismo.

Osservate l’immagine di un busto umano, privo di braccia e testa.

Non vi sembra un volto caricaturale, una sorta di fumetto o un’emoticon?

Sembra mancargli solo la parola, anche perché al posto della bocca c’è un ventre..

Recentemente è stato dimostrato come l’intestino sarebbe un vero e proprio secondo cervello, in stretta relazione col primo, capace di produrre la serotonina, un neurotrasmettitore che regola l’umore, il sonno, e le contrazioni addominali.

Esisterebbe un vero e proprio asse stomaco-testa:

non è solo il cervello ad agire sull’intestino, con la somatizzazione delle emozioni, ma anche i problemi intestinali influenzerebbero il cervello ed il nostro umore…

In questa serie di foto ho cercato di dare la possibilità al ventre di comunicare, non con i suoni, con le parole, ma con segni convenzionali…

Mi è sembrato di poter scorgere in queste immagini un riassunto della semiotica di Peirce, così usata ed abusata dagli anni ottanta in poi, per inquadrare il fenomeno fotografia (ed anche molta arte contemporanea, secondo Rosalind Krauss) nella sua natura indicale, di traccia del reale, per contatto diretto…

A ben guardare vi potremo riconoscere dei segni iconici, somiglianti alla realtà (il torso per il volto); nelle forme astratte prodotte con le mani dei segni simbolici, per associazione convenzionale; nelle curve assunte dalla carne dei segni indicali, per diretto contatto.

Solo che appena le dita allentano la presa (spesso scomoda…) la superficie del ventre abbandona quella conformazione e si riassetta, pronta ad assumerne una nuova, proprio come il sensore di una fotocamera digitale che, registrata l’immagine ed affidatala ad un codice binario, si ripredispone, vergine, ad un nuovo scatto…

Il titolo della serie è un omaggio al mio gruppo jazz rock elettronico minimale underground preferito degli anni settanta, The Soft Machine, la cui musica mi ha sempre ispirato.