Ogni volta che qualcuno, munito di fotocamera, si aggira nei dintorni di un’altra persona, per tentare di prendere una fotografia, un ritratto fotografico, scoppia un’ineludibile guerra.
Innanzitutto la battaglia contro il tempo: dall’istante in cui un otturatore si apre per permettere alla luce di impressionare una superficie sensibile, parte inarrestabilmente un conto alla rovescia, e la realtà si distacca, impercettibilmente ma inesorabilmente, dalla sua rappresentazione fotografica.
La persona raffigurata è già immobile, lontana, pur potendo la persona reale ridere e scherzare, mentre osserva su un pezzo di carta, che rigira tra le mani, un’immagine che precipita.
Un’altra battaglia è quella tra l’autore ed il soggetto, impegnati entrambi, con tutta la propria forza, la propria storia e personalità, a far sì che dal ritratto traspaia esattamente un’idea: per l’autore, quella che egli si è fatta, l’interpretazione che vuole dare del soggetto; per quest’ultimo, quella che quotidianamente cerca di dare di sé, davanti ad un obiettivo come agli occhi degli altri.
E qui l’esito è incerto, dipende dai rapporti di forza, una foto di Richard Avedon è sempre una foto di Avedon, si tratti dell’ultimo divo o del primo dei barboni; d’altro canto non ho mai visto una foto di Warhol che non fosse una sorta di autoritratto!
A questo proposito è significativa la foto scattata da Elisabetta Catalano, nota fotografa ritrattista di vip degli anni ’80, ad un artista concettuale dell’epoca, su iniziativa di quest’ultimo. Il nostro si offre all’obiettivo della fotografa sorreggendo un vetro davanti al viso, con la scritta “questo è un autoritratto”. Volendo così ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, che il controllo della propria immagine rimane di sua esclusiva responsabilità, anche se altri materialmente esegue lo scatto, e che non influisce sul risultato l’esecutore, ritrattista professionista o fotografo della domenica, se non da un punto di vista meramente tecnico.
Infine, la battaglia forse più interessante, che letteralmente si scatena, quando un viso diventa oggetto di rappresentazione “artistica” , è quella fra il soggettivo e l’oggettivo, fra l’unicità di quella faccia, che appartiene ad una persona singola e precisa, e la generalità di una faccia che è tutte le facce, che racconta l’umanità, raccontando la storia di una singola persona.
L’esito di quest’ultimo scontro non è affatto scontato, dipende dai singoli casi: alcuni visi riassumono bene il proprio tempo e luogo, certi generalizzano al massimo, altri non riescono a staccarsi dal proprio particolare.
Quando poi si tenta di realizzare dei ritratti in serie, con degli elementi di ripetizione, in situazioni omologate, privilegiando alcuni elementi peculiari di una situazione o di una appartenenza ad un gruppo o ad un contesto, ecco che l’autore fa, per così dire, un passo indietro, rispetto ai soggetti. E sono questi a prendere in mano le redini del gioco, lasciando al fotografo solo la responsabilità dello stabilire le regole.
La serie di foto qui presentate, fatte a distanza di anni, è un insieme di segni: il significato delle parole, la grafia, la postura, l’abbigliamento, la fisiognomica, il luogo, gli oggetti. La luce diversa, come diverse sono le persone che si sono prestate.
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