In un periodo in cui la tecnologia sembra potere tutto, e le storie vanno oltre, oltre i limiti del corpo, dei sensi, della fantasia, a cinema puoi vedere qualsiasi cosa, gli autori riprendono in maniera credibile vecchi archetipi, uomini invisibili, lettura del pensiero, persone che da un momento all’altro sono altre, altro genere, altra età, viaggi nel tempo, ubiquità, e così via.
Se la fotografia ha reso possibile la pittura astratta, Photoshop, potente programma di fotoritocco, ha liberato la fotografia dai vincoli di una realtà semplicemente da riprodurre.
Se guardare una fotografia è osservare il mondo attraverso gli occhi di un altro (Ugo Mulas), guardare una foto elaborata elettronicamente è percepire il mondo attraverso gli occhi, la fantasia, la scelta tecnica di un altro. Proprio come per la pittura. E la scultura, la letteratura, la musica.
La fotografia può così scegliere se rappresentare la realtà, oppure sublimarla.
Queste immagini non potevano essere pensate senza Photoshop. Ma sono la conseguenza di un percorso sul corpo, l’identità e l’alterità; il ritratto, come analisi; sull’autoritratto come capolinea del ritratto; la rappresentazione artistica come conseguenza dell’ombra, il mito della caverna di Platone come origine della conoscenza, dell’epistemologia, ed al tempo stesso della nascita della rappresentazione artistica.
In tempi in cui il virtuale ammazza il reale, di riproducibilità tecnica della realtà come dell’opera d’arte, e, presto, dell’uomo stesso, di miti in frantumi e in cui l’unico modo di salvare il salvabile potrebbe essere il lasciare alla sola memoria il compito di rappresentare, questa serie di immagini, alla periferia delle periferie, è un tentativo, vano, di sfuggire a se stessi ed ai propri limiti, mentali e fisici, e di far sognare almeno l’ombra!
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