Avevo già avuto l’idea (tecnica ed espressiva) per questa serie di foto, quando nel febbraio 2002 ho visto in tv l’allora presidente del consiglio, in qualità di ministro degli esteri ad interim, rinverdire, in occasione di una foto di gruppo con i colleghi europei, un vecchio gesto a cui pochi sono sfuggiti, riuscendo a trattenersi, dinanzi ad una macchina fotografica ed accanto ad altri compagni di foto.
Si partecipa ad una foto di gruppo se si appartiene ad un gruppo. In maniera occasionale (una classe scolastica, un team sportivo, un viaggio organizzato, una occasione sociale,…) oppure continuativa (la famiglia di origine, la propria famiglia, la famiglia allargata,…).
Dinanzi all’obiettivo fotografico, per esigenze di field of view , il gruppo si compatta, ed il singolo rinuncia, momentaneamente, allo spazio che in ogni occasione mette sempre fra sé e gli altri, parenti, amici, conoscenti, colleghi, sconosciuti, nemici. Addirittura, sempre a beneficio della fotocamera, arriva a toccare gente che non avrebbe mai sfiorato, se non per una canonica stretta di mano. Le braccia cingono la vita del vicino di destra, oppure si poggiano sulle spalle dell’altro a sinistra. Udito il rassicurante suono dell’otturatore, ognuno torna padrone del proprio spazio invalicabile, e solo l’immagine resterà a testimoniare quell’insolita, imbarazzante situazione.
Ma anche un altro meccanismo scatta, insieme alla foto di gruppo: inevitabilmente ci si sente in concorrenza con gli altri partecipanti, e le solite preoccupazioni (verrò male come al solito, avrò la solita espressione stupida, non riesco a venire come vorrei,…) vengono amplificate dall’inevitabile confronto con i compagni di sventura. Sembrerò il meno bello, il più basso, il più grasso, il più vecchio, il meno importante, il meno elegante, e così via. Un attimo di incertezza, ed ecco che anche il Cavaliere, nell’occasione di cui si diceva, non è stato più del tutto sicuro che la sua semplice immagine catodica, così sperimentata, potesse essere vincente, accanto agli altri ministri degli esteri, e non ha resistito alla tentazione di fare qualcosa, per ovviare. Ne sa qualcosa lo sventurato collega che gli era davanti e che, nonostante il dislivello, lo impallava, come si dice in gergo televisivo.
Tra le foto di gruppo, quelle di famiglia, hanno caratteristiche particolari. Di ripetersi nel tempo, di offrire ripetute occasioni per fissare momenti diversi. Ed il passare del tempo non è ininfluente. Mutano i lineamenti, la costituzione, la postura delle persone, ma cambiano anche le presenze, che fisiologicamente tendono prima ad aumentare, e poi a diminuire. E le foto, inevitabilmente, pronte lì a registrare prima le nuove presenze, i cambiamenti delle persone, poi, dolorosamente, le assenze, le mancanze. Le foto di gruppi di famiglia sono più la registrazione di assenze che di presenze, di ‘se’ e di ‘ma’, di lotterie della vita.
In questa serie ho voluto, grazie ad una particolare tecnica, ritrarre “the men of family” nel proprio ambiente domestico, nell’ambiente della casa dedicato all’incontro, fra sé, ed anche con gli “estranei”, l’ambiente non specializzato a mansioni di vita individuale ( studio, lavoro, riposo, igiene,…) ma riservato all’incontro della famiglia, la stanza in cui ognuno, entrando, non si meraviglia di incontrare gli altri componenti del proprio gruppo familiare. Ambienti che crescono insieme alle persone, che si modificano nel tempo, come il tempo modifica le sembianze delle persone, che finiscono per assomigliare alle persone, così come le persone assomigliano a questi ambienti.
Pieni di posti a sedere non occupati da nessuno.
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