Verde sangue

Ho realizzato questa serie di immagini di piante tra marzo ed aprile del 2004, in un raggio di pochi chilometri dalla mia residenza.

L’idea per questa mia serie è venuta accompagnando un amico fotografo che voleva fare degli scatti in un vivaio. Non c’ero mai stato. Subito ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a degli individui che, come in altri casi di uomini o animali, vengono deportati, ammassati, concentrati, trapiantati, innestati, intubati, legati, sacrificati, sfruttati.

La similitudine con l’uomo o gli animali mi sembrava evidente, ma con due grandi differenze: non c’era il colore rosso, che accompagna ogni tragedia di esseri fatti di sangue, ma soltanto il verde, tanto verde, troppo verde; non c’era nessun gemito, urlo, lamento. Nessun suono, proprio come nelle fotografie. 

Se queste foto sono recentissime, l’intenzione di occuparmi fotograficamente di “verde” viene da lontano, almeno dalla metà degli anni ottanta, quando, in abbonamento, ricevetti un numero della spagnola PhotoVision, intitolata appunto Plantas, dedicata monograficamente all’argomento. Fra i vari autori, dal diverso approccio concettuale ed estetico, ricordo soprattutto Carlos Cànovas, e le sue piante che cercano di sopravvivere nelle città degli uomini.

Da allora ho sempre seguito con attenzione quei fotografi che si sono occupati di vegetali. Dalla scoperta del Blossfeldt degli anni venti, al Fontcuberta della serie Herbarium, il quale fa passare per piante vere una serie di assemblage di materiali vari, da lui stesso realizzati: “herbarium simula che quei montaggi siano piante vere mentre Blossfeldt fotografava le piante vere in modo che sembrassero ornamenti architettonici.”. (Joan Fontcuberta, Scherzi della natura, Edizioni Contrasto). Tra queste due posizioni, opposte ma che si conciliano, nelle mie preferenze personali trova posto senz’altro il lavoro di Robert Mapplethorpe dedicato ai fiori, come tutta la sua opera, grazie alla sua capacità “…di far convivere […] l’immediatezza della concettualità fotografica e la distanza tipica della dimensione pittorica, impresa ardua e forse riuscita al solo Mapplethorpe…” (Claudio Marra, Fotografia e pittura nel Novecento, edizioni Bruno Mondadori).

Ho trovato anche interessante il lavoro dei cosiddetti nuovi topografi americani: Baltz, Egglestone, Gossage, Shore e Robert Adams, che, occupandosi di dialectical landscapes, inevitabilmente si occupano di piante, sempre presenti, o ancora presenti, in ogni paesaggio o al limite dello stesso, sopraffatte dalla presenza dell’uomo o colte nel tentativo di riprendere il sopravvento sull’uomo stesso. Questa eterna lotta tra naturale ed artificiale (dall’esito incerto) resta alla base di tutte le ricerche sull’argomento. Anche del Wim Wenders fotografo: “ci si accorge che in fondo questo paesaggio non si è lasciato influenzare dall’asfalto, dalle auto e dalle réclame al neon, […] si ha la sensazione che di tutto questo fra cent’anni non vi sarà più nulla. Il paesaggio tornerà ad avere la meglio.” (Wim Wenders, Scritto nel West, edizioni Jaca Book).

Negli scatti che qui propongo la lotta tra naturale e artificiale non si dà nei termini romantici della nostalgia dell’originaria unità naturale, ma nel senso di seconda natura, e cioè che la condizione naturale, ormai, è quella artificiale; che non c’è niente di più artificiale del tentativo di rappresentare il naturale senza il culturale. 

In un’epoca di post-umano, in cui le tecnologie sembrano rivolgersi sempre più all’uomo e al suo sfruttamento diretto (trapianti, protesi, chirurgia estetica, modifiche genetiche, ibridazioni uomo/computer), questa attenzione per le piante potrà far sorridere. Ma se la parola paradiso significa etimologicamente “luogo cintato”, limitato (e rappresenta ottimamente la delirante velleità dei fotografi di racchiudere il mondo in piccoli spazi privilegiati), al contrario, l’inferno sembra proprio non avere limiti.